Le «Maccheronee» di Teofilo Folengo costituiscono un'opera composita e volutamente irregolare, fondata sull'impasto parodico di latino, dialetti settentrionali, forme volgari e lessico popol
Le «Maccheronee» di Teofilo Folengo costituiscono un'opera composita e volutamente irregolare, fondata sull'impasto parodico di latino, dialetti settentrionali, forme volgari e lessico popolare. Al suo centro si colloca il «Baldus», poema eroicomico in cui le avventure del protagonista e dei suoi compagni deformano i modelli dell'epica cavalleresca, soprattutto ariostesca e virgiliana, attraverso una comicità corporea, oscena e visionaria. La lingua maccheronica non è un semplice gioco stilistico: diviene strumento di critica dei generi letterari, delle istituzioni sociali e delle ipocrisie religiose del primo Cinquecento. L'opera, pubblicata in versioni diverse dal 1517 e poi rielaborata, si inserisce così nella cultura rinascimentale della parodia e della sperimentazione linguistica. Folengo, nato nel 1491 e formatosi nell'ambiente benedettino, conobbe direttamente la disciplina monastica e le tensioni religiose, morali e politiche dell'Italia rinascimentale. La sua esperienza di religioso inquieto, insieme alla familiarità con la tradizione latina e con i dialetti padani, alimentò una scrittura polemica, anticonformista e profondamente consapevole dei propri artifici. Sotto lo pseudonimo di Merlin Cocai, l'autore trasformò la cultura erudita in materia burlesca, senza tuttavia rinunciare a una notevole raffinatezza intertestuale. Il libro è particolarmente raccomandato a chi desideri comprendere le forme eccentriche del Rinascimento e il rapporto dinamico tra latino e volgare. Richiede attenzione alle allusioni culturali, ma ricompensa il lettore con una comicità inventiva e con una sorprendente modernità critica. È inoltre una lettura essenziale per gli studiosi della parodia, della storia linguistica italiana e della letteratura carnevalesca.